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Il
problema della doppia predestinazione

(ESTRATTO)
Nefertiti: "Ho visto la tomba di un marito e una moglie. Vi erano due letti
su cui stavano le due mummie. Nella tomba si era ricostruita una sala
matrimoniale . La tomba era piena di mobili artistici e meravigliosi. Vi
erano bei sedili, statuette. Vi erano scolpite, non so se in legno ricoperto
d'oro, anche delle teste di animali, falchi o cose simili. Era la tomba di
chi ha costruito il mio sepolcro, nonché quelli del Faraone Ekhnatòn e di
Tutenkhamen. Poi ho visto delle corone di fiori secchi: sembravano fiori da
poco disseccati. Non c'era luce solare: si trattava di un ambiente chiuso,
in penombra. Le mummie erano ricoperte da delle tele. Mentre ero in questa
tomba sentivo una voce che diceva parole come 'Scià, Scià ,Scià e Miri,
Miri, Miri'
."

Nefertiti scorge il sepolcro dell'architetto Kha e della di lui moglie
Miri' (tarda XVIII Dinastia). La tomba - ricostruita al Museo egizio di
Torino - è particolareggiatamente descritta (in 'L'uomo egiziano a cura
di Sergio Donadoni', ed. Laterza, Roma-Bari, 1990) da S. Donadoni, 'Il
morto', pag. 279-280.
SCENA PRIMA
- Della divinità del Faraone -
... .... ...
SCENA SECONDA
- Il soliloquio della principessa -
... .... ...
SCENA TERZA
- Alle radici dell'Egitto -
... .... ...
SCENA QUARTA
- Martin Lutero -
(E' notte ma la luna piena e il cielo trapunto di stelle sviluppano una
discreta luminosità. A Lucio appare lo spettro dell'ex monaco agostiniano
Martin Lutero)
Lucio: "Ti ravviso: sei Martin Lutero, il riformatore protestante."
Lutero: "Le tue scarpe sono allo sfascio, Lucio. Dovendo percorrere un sì
lungo cammino, faresti meglio a calzarne di più resistenti."
Lucio: "Corpo e calzari miei sono quel che sono: non ne ho di riserva. Dimmi
invece: che pensa Dio dell'uomo?"
Lutero: "Che ne è deluso. Cosa hanno saputo fare gli uomini se non cruente
guerre allo scopo di dimostrare la superiorità degli uni sugli altri? Ma
agli occhi di Dio sono tutti uguali."
Lucio: "Lo scetticismo religioso aumenta sempre più in Occidente. Come
giudichi chi non crede?"
Lutero (in poesia): "Gente senza
fede,
gente a cui fa buio innanzi sera,
gente da bastone e da galera. "
Lucio: "Io sono cattolico o, diresti tu, papista. Come devo regolarmi per
ottenere la salvezza?"
Lutero: "Fa come me finché fui cattolico: onora il Papa ma adora il Cristo e
la verità."
Lucio: "Che pensi di Karol Wojtila?"
Lutero: "E' un papa più terreno che spirituale."
Lucio: "Qual è il 'punctum dolens' del cristianesimo?"
Lutero: "L'angoscia per la propria salvazione, la paura del diavolo e delle
pene eterne determinano nel cristiano una tensione innaturale e scarsa
serenità rispetto al problema della morte. La questione della morte è
affrontata nel cristianesimo ma non sempre nel modo giusto."
Lucio: "Che mi dici del diavolo?"
Lutero: "L'uomo che compie cattivi atti e usa il linguaggio per calunniare e
fare del male al prossimo rappresenta il demonio."
Lucio: "Quali fattori allontanano maggiormente l'uomo da Dio?"
Lutero: "La mancanza di fede e l'ignoranza. Dio è verità: se ignori il vero
mai t'eleverai fino a Lui. E poiché per il cristiano il vero è contenuto
nelle Sacre Scritture, in contrasto con
Roma predicai che a ogni fedele andava consentito il libero esame dei testi
biblici e, a tale scopo, tradussi la Bibbia in tedesco. Il contatto del
cristiano con la parola di Dio doveva essere diretto, non mediato da
un'organizzazione ecclesiastica (la Chiesa romana) gelosa delle
proprie funzioni, magari interessata a occultare o a sfumare l'autentico
significato delle Scritture.
Con
la libertà d'indagine il cristiano venne da me responsabilizzato. Uscendo
dal gregge per diventare egregio, egli non fu più oggetto, ma soggetto, non
più massa amorfa ma forgiatore del proprio destino spirituale, non più
uditore passivo ma, a somiglianza del Cristo, di Dio interprete, sacerdote,
profeta."
Lucio: "Per quali cause promuovesti la riforma protestante?"
Lutero: "Tu vuoi sapere per chi e per quali spinte lottai e praticamente
finii segregato a vita!
Penso solo per un forte sentimento di giustizia, senza interessi personali,
bensì per un compito preciso, chissà,
forse dettatomi da Dio. La Chiesa
cattolica troppo corrotta non si rese conto che la mia sfida, la sfida
luterana era poi solo una bonifica cristiana. Troppo impaurita
dall'idea di poter perdere i privilegi e ciò che la gente oggi chiama
familiarmente 'bustarelle', si gettò a capofitto contro di me.
Non
sono errate le forme con le quali viene espresso il concetto, ma è il
concetto sbagliato che impone forme inesatte.
Così, inizialmente con il fervore dell'eroe poi con la più ponderata
maturità, cercai di cambiare le strutture sulle quali si basava una insana
istituzione, e qui forse mi persi. Troppo forte era la Chiesa cattolica e
tanto facile attaccarla quanto difficile cambiarla. Io impazzii.
Chi
fui io, uomo cresciuto nel mezzo della vendita delle indulgenze?
Fui
forse un predicatore infuocato dall'ardore che da sempre spinge gli uomini
verso un migliore futuro, oppure solo colui che per motivi del tutto
personali si schierò contro una muraglia così tenace?
Al
sorgere di nuove perplessità scopro che
ancora oggi esistono luterani in piena fede con Dio,
ma molto dubbiosi su come affrontare i ministri di questa Chiesa
cattolica i quali, malgrado la troppa corruzione che esiste in tanti campi,
predicano amore.
Fui
un grande uomo, un sincero paladino della giustizia ma, attualmente, penso
un poco superato, perché con l'ondata di istruzione, di possibilità di
aggiornamenti e con il continuo progresso, ognuno è libero di scegliere se
usufruire dei mezzi con i quali la Chiesa (sia essa cattolica o luterana) si
offre a noi, oppure se giungere a Dio con la sua stessa mente.
Non
si è più soggiogati e in mano a un unico vortice, ma a tante e continue
correnti. Libertà di scelta e di opinione, questo io desiderai, libertà
umana; e ora con la Fede o senza, con la Chiesa o senza, l'abbiamo
raggiunta?
Non
esiste libertà a livello globale, perché è condizionata da troppi altri
elementi."
Lucio: "Hai altro da riferirmi?"
Lutero: "Una donna indemoniata, nascondendo con arte la cattiveria, ti
tenterà. Non cadere nella trappola preparata con cura: guai dare segni
di debolezza.
La
donna di cui ti parlo è un'intrigante, malvista da me e dai miei simili, un
demonio che vuole apparire un essere corretto. Tutto ciò che viene da lei è
indemoniato, ma tu ormai percepisci il male e ti salverai.
Sta
in guardia!"
(esce Martin Lutero)
SCENA QUINTA
- I pareri di 'don Lisander' -
(A Martin Lutero subentrano altri due fantasmi. Uno è un gentiluomo
attempato, con capelli e favoriti bianchi e che veste alla foggia
dell'Ottocento. L'altro indossa i paramenti di un pastore ugonotto del
Cinquecento)
Lucio (al primo): "Chi sei?"
Manzoni: "Alessandro Manzoni, l'autore dei 'Promessi Sposi', che i milanesi
chiamarono 'Don Lisander."
Lucio: "Perché scrivesti quel romanzo?"
Manzoni: "Cominciai i 'Promessi Sposi' per descrivere un episodio di vita
vissuta, ma poi volli che servisse da modello letterario per la lingua
italiana.
Scrissi quindi non solo per realizzare me stesso, ma anche a beneficio degli
altri. Uno scrittore, un artista, uno scienziato non si limita a creare,
non fa tanta fatica per il suo piacere, ma per elevare il livello mentale e
spirituale dell'umanità. La creatività non è mai accordata in chiave
egoistica, affinché colui che ne è dotato la tenga per sé inoperosa, ma per
farne partecipi gli altri.
Il
mio problema era diverso dal tuo: sotto un certo aspetto più agevole; più
difficile se considerato sotto un risguardo differente."
Lucio: "Che vuoi dire?"
Manzoni: "Il fine a cui tendevo era quello di dar al lettore la forza di
migliorarsi, di combattere, di non subire. Ma io dovevo affrontare il
pubblico dell'Ottocento, e la mia opera appariva ai miei lettori più attuale
rispetto a ciò che parrà ai tuoi.
Molte vicissitudini dei 'Promessi Sposi', la gente le aveva già vissute in
proprio, le capiva, vi partecipava perché quell'angherie, que' soprusi, la
carestia, la fame, le invasioni, i saccheggi, le malattie, la peste erano
cose ben conosciute. Ciononostante quante volte caddi in crisi di
disperazione, con la mente che m'andava in ebollizione."
Lucio: "Quale fu la tua maggior difficoltà?"
Manzoni: "Inventar una lingua adatta alla prosa italiana, lingua che a que'
tempi mancava. A un certo punto, pur essendo io molto dotato, mi sentii
perso, persuaso che il linguaggio del mio romanzo, com'era stato da me
impostato nelle prime stesure, poteva non essere ben inteso.
Fu
allora che dichiarai che dovevo andar a risciacquare i miei panni in Arno e
mi recai a Firenze per imparare il toscano, quello parlato soprattutto; indi
riscrissi l'opera.
Tu
disponi perciò dell'istrumento linguistico che io approntai; però il
pubblico è cambiato, e non in meglio."
Lucio: "Vuoi spiegarmi?"
Manzoni: "Pochi, oggi, leggono per passione, per apprendere, per trarne
diletto. Sono di moda divertimenti più attraenti dei quali anche il più
indigente può godere. I giovani si distraggono guardando la televisione,
partecipando a competizioni sportive, presenziando alle corse
automobilistiche, andando a ballare nelle discoteche, ascoltando la musica
rock e così via. Una volta c'era soltanto il piacere di leggere un buon
libro.
La
gran massa non studia per imparare e trasformarsi in meglio, ma per farsi
largo nella vita, per potersi affermare, per ambizione. Sono rari i giovani
che pensano al futuro dell'umanità."
Lucio: "Quale fu il risultato dei tuoi sforzi?"
Manzoni: "La riduzione dello stacco tra le due lingue italiane (letteraria e
parlata), da me ottenuta nell'ultima versione del romanzo, consentì alla mia
prosa quella naturalezza e quello stile, non facile da imitare, di cui il
pubblico può godere, leggendolo.
Analoga mediazione tra egiziano scritto e orale fu perseguita a suo tempo
dal faraone Ekhnatòn, ottimo letterato e ispirato poeta.
Al
pari di me questi cercò non solo un maggior verismo ('Maat') in letteratura,
ma anche di trasformare l'egiziano letterario da lingua dei sapienti,
immobile da secoli e male intesa dal volgo, in lingua popolare e viva. In
tal guisa ottenne, cosa a cui pure io aspiravo, a che fosse meglio colto il
suo pensiero. Ciò per portare il lettore a una maggior consapevolezza di sé
e a una più elevata conoscenza di Dio."
Lucio: "Qual è l'essenza del romanzo storico? "
Manzoni: "L'autore non può limitarsi a descrivere la vita e i costumi
dell'epoca in cui l'opera è collocata, ma deve penetrare i pensieri, i
pregiudizi, il modo di vedere degli uomini di quel tempo.
La
ricostruzione è quindi duplice: storico-ambientale e psicologica.
La
mancanza del perfetto equilibrio tra detti due elementi fa sì che il lettore
legga non un romanzo storico, ma un racconto di fantasia."
Lucio: "Che esito pronostichi per il mio lavoro?"
Manzoni: "Riceverai pochissimi consensi; incomprensioni e critiche saranno
di gran lunga prevalenti."
(Manzoni si fa da parte e viene avanti il pastore ugonotto)
Lucio: "Tu chi sei?"
Calvino: "Io sono Jean Cauvin, capo della Chiesa riformata di Ginevra. In
contrasto con la Chiesa cattolica sostenni che la sorte ultraterrena
dell'uomo, salvezza o dannazione, si fonda sulla doppia predestinazione
divina e non sulle opere da quell'uomo compiute."
Lucio: "Perché t'intrattieni con Manzoni?"
Calvino: "Ho sempre avuto stima del romanziere italiano Alessandro Manzoni.
La voce corrente lo dice rigorosamente cattolico, ma questa tesi non è
esatta.
Guarda nei 'Promessi Sposi' il personaggio dell'Innominato. Rapita Lucia
Mondella, nella personalità dell'Innominato si determina un conflitto
gravissimo: è tale la lotta dei sentimenti in contrasto, lo scontro tra il
bene e il male che l'Innominato sfiora il suicidio.
Tuttavia, allorquando la parte malvagia dell'Innominato cede al prepotente
appello divino ed egli aderisce a Dio,
sin da questo momento, allorquando comprende i misfatti che ha compiuti
e se ne pente, e non per le opere che fin allora erano state odiose, è
salvo. Se morisse in quell'istante lo aspetterebbe il Paradiso.
Non
è questo un esempio di salvezza non derivante dalle opere ma dalla
predestinazione divina?
In
quanto a te, Lucio, sgombra la mente dai pensieri non buoni, rendi gli occhi
limpidi e senza alcuna foschia e purifica il tuo cuore."
(exeunt Manzoni e Jean Cauvin)
SCENA SESTA
- Rapporti tra Calvino e Manzoni –
... .... ...
SCENA SETTIMA
- La questione dei sigilli da vino -
... .... ...

Per Lutero (come pel cristiano in genere) i mostri che terrorizzano il
fedele (che sta terminando di vivere) sono tre: "Il primo è l'orrenda
immagine della morte, il secondo, la molteplice e raccapricciante
immagine del peccato, il terzo, l'immagine insopportabile e ineludibile
dell'inferno e della dannazione eterna. Grande e orrenda diventa la
morte, perché la natura debole e vile troppo a fondo imprime in sé la
sua immagine e troppo la tiene davanti agli occhi. E proprio il diavolo
contribuisce a che l'uomo osservi a fondo l'aspetto e il tratto orrendo
della morte ... "
Contro quest'orripilante concezione della morte Lutero suggerisce la
fede, la fiducia in Dio e il frequente ricorso ai sacramenti (vedi M.
Lutero, 'Lieder e prose' a cura di E. Bonfatti, A. Mondadori ed., 1a
ed., Milano, 1983, pag. 87 - 89 e segg.).
Orbene a che può servire - per Lutero - tale approfondimento della
parola divina se non a determinare nel cristiano "un mutamento della
propria coscienza", un "superamento della distanza tra uomo e Dio"? H.
Von Stietencron, 'Che cosa è l'induismo' e H. Kueng, 'Una risposta
cristiana' (in H. Kueng e altri, 'Cristianesimo e religioni universali',
A. Mondadori ed., 1a ed., Milano, 1986, pag. 186. 259 e 269), osservano
che per l'induista le vie dell'autoliberazione sono tre (che peraltro
tendono a sovrapporsi ):
- quella dell'agire;
- quella del sapere;
- quella dell'amor di Dio.
Dette strade - secondo Kueng - grosso modo sono accolte nelle tre
principali confessioni cristiane e cioè:
- la via delle opere buone, dai cattolico-romani;
- la via della conoscenza, dai greco-alessandrini e greco-ortodossi;
- la via della fede, dai luterani e protestanti in genere.
Tanto premesso, mi chiedo se, invece, sia una combinazione di due strade
(fede e sapere) il percorso per la salvezza additato da Lutero. Costui,
infatti, esorta il cristiano non solo alla fiducia in Dio ma anche a un
attento studio delle Sacre Sritture. E non son questi i risultati che
pure l'induista si propone allorché, nella sua ricerca di Dio, batte la
strada del sapere?
Pare che nell'ultimo periodo della sua vita, Lutero - forse a causa di
un eccessivo affaticamento nervoso - abbia dato segni di squilibrio:
vedi R. H. Bainton , ' Lutero ', cit., pag. 330 segg.
Cfr. la parabola evangelica dei talenti in Matteo, 25, 14 - 28.
La lingua della prima minuta del romanzo, 'Fermo e Lucia', fu dallo
stesso Manzoni definita: "un composto indigesto di frasi un po'
lombarde, un po' toscane, un po' francesi, un po' anche latine; di frasi
che non appartengono a nessuna di queste categorie, ma sono ricavate per
analogia e per estensione o dall'una o dall'altra di esse" (citazione da
L. Caretti, 'Manzoni, ideologia e stile', Giulio Einaudi ed., rist.
anastatica, Torino, 1982, pag. 56).
. . . QUI TERMINA L'ESTRATTO DI QUESTO ATTO.
CHI FOSSE INTERESSATO A
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