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Non c'era bisogno del terremoto
per devastare Haiti. L'economia del paese del vudù è in ginocchio da
decenni. Come se sulla metà dell'isola dell’antica Hispaniola si
fosse combattuta una lunghissima guerra. Haiti è sempre più misera e
sempre più popolata. Da quattro milioni di persone del 1961 siamo
passati ai circa 9 milioni di oggi. Gli haitiani vivono con un
reddito medio di 600 dollari l'anno e sono i più poveri
dell'emisfero occidentale, due terzi di loro sopravvivono solo
grazie ad un'agricoltura di sussistenza e grazie agli aiuti
umanitari.
Il terremoto del 12 gennaio 2010
è arrivato e ha amplificato una situazione difficile, così come era
avvenuto durante la rivolta degli schiavi alla fine del Settecento,
e ha riportato l’atten-zione su un’isola dimenticata. Basta leggere
i libri di storia per farsi un’idea della situazione geologica
dell’isola e capire subito che il terremoto è una costante nell’area
di Port-au-Prince. Ci si può chiedere al massimo perché oggigiorno
non vengano costruiti almeno gli edifici pubblici – la Casa Bianca
haitiana, gli alberghi internazionali, i supermercati – tenendo
presente questo particolare stato critico del sottosuolo haitiano.
Problemi antichi che si
ripropongono nel presente e che hanno messo in ginocchio un
territorio martoriato. Il prevedibile, ma non previsto terremoto si
è sovrapposto ai mali più antichi di Haiti come la sovrappopolazione
e il saccheggio delle risorse da parte delle corporations. Da
un lato il piccolo contadino haitiano che con il fazzoletto di terra
che usa per sfamarsi non riesce a sviluppare una produzione diffusa
e competitiva con le altre economie, dall’altro le multinazionali
che esportano il legno, causa non secondaria della deforestazione di
Haiti. I pochi prodotti pregiati da esportazione come i manghi, il
caffè, la canna da zucchero e il rhum rimangono ancora nelle mani
delle élite locali. L’80 per cento della forza lavoro non ha una
occupazione formale e circa la metà degli haitiani è analfabeta. Per
anni chi si è interessato di ecorazzismo ha letto rapporti sui
residui degli inceneritori di Philadelphia sparsi sulla spiaggia di
Gonaives come fertilizzanti.
Chi sono i responsabili di questo
sfacelo. In primo luogo le dittature. Dopo le prime elezioni a
suffragio universale, nel 1957 giunse al potere Francois “Papa Doc”
Duvalier che nel 1964 si dichiarò presidente a vita. Alla morte, nel
1971, di Duvalier successe il figlio diciannovenne Jean-Claude,
“Baby Doc”. Il giovane neo-presidente, a vita anche lui, rimase al
potere per 15 anni e venne deposto nel 1986 dopo una serie di
sanguinose rivolte contro il governo, che usava i temibili Tonton
Macoutes, le milizie paramilitari che rispondevano direttamente
al dittatore e prendevano il nome da uno spirito cattivo del vudù
che rapisce i bambini.
Nel 1991, Jean-Bertrand Aristide
divenne il primo presidente eletto democraticamente, ma fu deposto
poco dopo da un colpo di stato. Seguirono tre anni segnati dal
brutale controllo di una dittatura militare. Nel 1994, l'intervento
americano riportò Aristide al potere. Due anni dopo, fu la volta di
René Preval, ma Aristide ritornò al potere nel 2001. Tre anni dopo,
il governo di Aristide fu deposto da un colpo di stato e il
presidente fuggì prima in Giamaica e successivamente in Sud Africa.
Ancora una volta sono intervenuti militarmente gli Stati Uniti per
riportare l'ordine nel paese nominando un giudice della Corte
Suprema come presidente. Le elezioni del 2006 hanno riportato René
Preval alla presidenza, ma non senza tumulti e rivolte.
In un panorama segnato da tanta
instabilità e assenza totale di governo non c'è da meravigliarsi se
Haiti sia ridotta allo stremo anche dal punto di vista
idrogeologico. La mancanza di lavori pubblici e di processi di
ri-forestazione ha reso le condizioni di vita della gente comune
sempre più difficili. Riprendendo una citazione dell’ultimo romanzo
di Madison Smart Bell dedicato alla rivolta di Toussaint Louverture,
Il Napoleone nero (Alet, 2004), possiamo affermare:
“Succederà di nuovo. Non avrà mai fine. Perché le persone che
comandano non conoscono la storia”.
Da parte degli Stati Uniti, con
il primo presidente afroamericano Barack Obama, abbiamo assistito a
un grande impegno nella raccolta di fondi. Ma ci possiamo chiedere
dove andranno tutti questi soldi.
Si potrebbe pensare che vadano a
finanziare l’esercito americano per conservare il controllo sul
paese, come era accaduto nel 1804 – subito dopo l’indipendenza di
Haiti – col blocco navale attuato dal presidente americano Thomas
Jefferson, terrorizzato dall’idea che la rivolta potesse espandersi
nel sud schiavista, di cui era uno strenuo difensore. Ad Haiti viene
inviato successivamente un leader afroamericano del calibro di
Frederick Douglass come ambasciatore nell’isola, nel 1889, per
convincere i governanti a ospitare una base navale americana. Poi
l’occupazione militare dal 1914 al 1935. Il continuum di
interferenze degli Stati Uniti nella politica di Haiti è proseguito
con le truppe che hanno cercato di sovvertire un presidente
democraticamente eletto come Jean-Bertrand Aristide, e gli stessi
militari che hanno cercato di riportarlo ad Haiti.
Con il recente terremoto abbiamo
visto da un lato la generosità dei cittadini americani, dall’altro
invece si è concretizzata la presenza sul territorio haitiano di un
esercito che nelle prime giornate è parso quasi un esercito di
occupazione.
Un’occupazione pacifica quella
statunitense nell’isola, ma sempre una militarizzazione che ha
oscurato e spesso messo in secondo piano gli altri paesi che hanno
cercato di aiutare Haiti dopo il terremoto. I 400 dottori cubani
presenti sull’isola non hanno fatto notizia e l’ospedale da campo di
Medici Senza Frontiere, in arrivo all’aeroporto di Haiti, è stato
dirottato su quello di Santo Domingo. Inizialmente sono stati i
militari statunitensi a prendere il controllo dell’aeroporto di
Haiti in una sorta di prosecuzione della dottrina Monroe.
Haiti è ormai un tassello della
sfera di influenza statunitense nei Caraibi. Come Grenada era stata
un’azione di guerra voluta da Reagan nel 1983, così questa
iniziativa appare come un’azione di pace voluta da Obama: entrambe
tuttavia hanno contribuito a ristabilire il controllo statunitense
nell’area dei Caraibi.
Nonostante le divise mimetiche,
quello di Obama è sicuramente un esercito di pace, anche se in cerca
di una visibilità nel mondo globale mediadico. Salvare vite umane,
aiutare i bambini, le donne e gli uomini sono le priorità di questo
esercito. Ma alla fine, come si chiedeva un dottore di un ospedale
per bambini di Denver, in Colorado, catapultato ad Haiti per portare
soccorso, le tende che contenevano gli aiuti erano tutte attorno
all’aeroporto. Perché lì, e non nella città, non verso l’epicentro
del terremoto lungo la costa da Carrefour a Léogâne? La risposta è
chiara: in queste zone non poteva essere garantita la sicurezza
degli operatori e dunque i piccoli villaggi sono rimasti
abbandonati. Mentre si scavava ancora dove si poteva pensare che ci
fossero degli occidentali – gli alberghi, i supermarket, le case dei
quartieri residenziali – i morti neri sono rimasti nelle strade per
giorni in un numero imprecisato. Chi dice 50 mila, chi 100 mila, chi
200 mila. L’assenza di un’anagrafe sul territorio è disarmante per
il futuro di Haiti. Il settore pubblico, attivo durante la
presidenza di Aristide, ci appare completamente dissolto.
Poi i saccheggi e gli sciacalli
che rovistano nelle case distrutte. Ancora una volta Haiti è
diventato il luogo della barbarie e del primitivismo. Quello che
Roberto Cagliero e Francesco Ronzon nel loro libro Spettri di
Haiti. Dal colonialismo francese all’imperialismo americano
(Ombre corte, 2002) hanno definito “il lato oscuro dei Caraibi”
mantiene il suo aspetto gotico e spettrale. Per Pat Robertson,
telepredicatore americano, il terremoto è la punizione divina per il
massacro dei bianchi compiuto da Dessalines, successore di Toussaint
Louverture, secondo i dettami della Costituzione di Haiti del 1804
che identificava i neri come cittadini e i blanc come non
cittadini.
Proprio in Léogâne, la città la
cui chiesa aveva ospitato il matrimonio di Dessalines, antica di
cinquecento anni, le persone hanno scavano con le mani o con
strumenti rudimentali, coperti di polvere e di cemento, alla ricerca
di parenti o di amici, solo per dargli una sepoltura più dignitosa.
Nessun aiuto è arrivato a Léogâne, ci riferisce Amy Goodman, la
celebre giornalista di Democracy Now! The War and Peace Report.
La gente è disperata, ma pacifica: le persone vagano da una famiglia
all’altra e continuano a ripetere “siamo nelle mani di Dio”.
Dappertutto donne e bambini sdraiati a terra. Migliaia di persone
nella piazza centrale chiedono acqua. Ma i responsabili dei soccorsi
sembrano più preoccupati della sicurezza piuttosto che di portare
aiuto alle persone. Da un lato l’assenza delle forze governative,
l’anarchia del governo, dall’altro la forza della comunità, e delle
persone del vicinato che si aiutano l’un l’altro. Mentre i
giornalisti famosi cercano la celebrità e le ONG visibilità nelle
immagini televisive, le singole comunità sono ben organizzate a
livello locale e cercano con coraggio di aiutarsi vicendevolmente.
Sullo sviluppo, o per meglio dire
mancato sviluppo, si interroga il lavoro che segue questo breve
escursus nella storia di Haiti. Con la puntigliosità della
ricercatrice, e con la ragione e la passione della storica,
l’autrice snocciola dati e propone la lettura di grafici complessi
riuscendo a interpretare con chiarezza quei documenti che spesso ci
appaiono aridi e distanti. In essi si ritrovano le motivazioni
economiche, sociali e politiche del percorso a ostacoli che le
istituzioni haitiane hanno dovuto intraprendere per continuare a
esistere, così come ci appare chiaro l’arduo cammino che la gente di
Haiti ha dovuto affrontare, portando ancora una volta con sé il
pesante fardello dell’uomo bianco.
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